Febbraio 2

L’importanza della valutazione in ambito sociale

di Giovanni Paci

pubblicato su UIDU – il network socialmente utile

Pur all’interno della più ampia famiglia della valutazione delle politiche pubbliche, la valutazione in ambito sociale assume alcune proprie peculiarità, sia con riferimento al contesto che al metodo. Il tema è rilevante per le organizzazioni non profit.
La crescita della sensibilità nei confronti della valutazione, che sta caratterizzando i protagonisti del sistema integrato dei servizi, deriva infatti anche dalla necessità, che i vari soggetti hanno, di uscire dalla marginalità e dalla scarsa considerazione che chi opera in questo ambito, decisivo per lo sviluppo e il benessere complessivo di una comunità, ha sempre avuto.

Negli ultimi decenni si è infatti assistito a una crescita di professionalità nel settore, allo sviluppo di iniziative innovative, alla creazione di legami transnazionali, che hanno portato una ventata di modernità negli approcci e nelle pratiche a cui con difficoltà corrispondono riconoscimenti di “status”. La valutazione, allora, è stata intesa anche come strumento di emancipazione e valorizzazione di buone pratiche da parte dei protagonisti della crescita del sistema di welfare.

Gennaio 4

La deludente alternativa pubblico-privato… secondo Albert Hirschman

di Giovanni Paci

pubblicato su UIDU – il network socialmente utile

In un famoso saggio, che chi ha a cuore le sorti del terzo settore dovrebbe tenere sempre in evidenza sul comodino, come le bibbie negli alberghi, Hirschman riflette sulla dimensione storica e individuale del complesso rapporto tra sfera pubblica e privata.[1] Mostrando con arguzia – e solidi riferimenti – quali siano le motivazioni che spingono le persone a impegnarsi alternativamente nelle due sfere, egli svela gli inevitabili meccanismi di delusione che portano all’insoddisfazione e alla degenerazione dell’impegno individuale. «Dopo una lunga immersione negli interessi puramente privati, la scoperta che si può agire per obiettivi pubblici rappresenta un’esperienza liberatoria» (160). La tendenza però ad attribuire a questa esperienza obiettivi irrealistici e la scoperta che, spesso, il nostro intento altruistico è “contaminato” dal bisogno di soddisfare interessi egoistici, porta al riemergere di un’insoddisfazione che è la premessa per l’abbandono della prospettiva pubblica e il ritorno alla dimensione privata dell’esistenza. «Vissute alcune esperienze di insoddisfazione nella vita pubblica, una persona riesce spesso a ritirarsi nella sola vita privata senza sentirsi per questo un traditore» (163).

Dicembre 18

ONP di lotta e di governo

di Giovanni Paci

pubblicato su UIDU – il network socialmente utile

Qual è lo specifico di una organizzazione non profit?
Una risposta minimalista è che questa tipologia di impresa non mette al primo posto il profitto ma l’utilità sociale. Il profitto non porta dividendi economici per i soci ma è utilizzato per aumentare i dividendi “sociali” a disposizione della collettività. Questa però è una risposta insoddisfacente per chi, come me, crede che il “fare profitto” non sia nemmeno l’obiettivo principale dell’impresa for profit, almeno che essa non sia utilizzata strumentalmente a meri fini speculativi.

Il fine principale dell’azienda tradizionale è fare prodotti e servizi utili e di buona qualità, in grado di soddisfare bisogni importanti per le persone.
Da questo punto di vista, un’impresa for profit che contribuisca a soddisfare tali bisogni, con prodotti e servizi ben fatti, contribuisce al benessere sociale facendo la sua parte. Ciò che contraddistingue fortemente l’impresa non profit è la sua doppia natura di soggetto economico, inserito nella logica della domanda e dell’offerta prodotta dai bisogni, frutto delle attuali condizioni sociali e, allo stesso tempo, agente di cambiamento capace di prefigurare e cercare di raggiungere nuovi assetti e nuovi modelli di convivenza civile.

Dicembre 18

Se il pubblico compete con il non profit

di Giovanni Paci

pubblicato su UIDU – Il network socialmente utile

Qualche anno fa, nella mia città, il Comune ha ristrutturato un vecchio immobile, un tempo adibito a laboratorio e officina per apprendisti operai in formazione professionale.
L’investimento è stato consistente, abbondantemente oltre il mezzo milione di euro. La nuova destinazione era quella di un ambiente polivalente per persone con varie disabilità. A questo scopo sono anche stati acquistati specifici arredi. L’immobile è di proprietà di un’organizzazione storica del terzo settore che ha contribuito anch’essa al finanziamento, in parte con un mutuo garantito dall’immobile stesso, in parto cedendone l’utilizzo al Comune per qualche decennio, scontando l’affitto che sarebbe stato dovuto.

Sempre nella mia città, per la festa dell’Epifania, i Vigili del Fuoco locali, con un’intensa e lodevole attività di volontariato, organizzano la discesa della Befana dal campanile della piazza principale, gremita di folla con in mano il biglietto della tradizionale lotteria. Il ricavato viene donato ogni anno a una diversa organizzazione di volontariato che ha così l’occasione di presentare la propria attività e incamerare un bel gruzzoletto per finanziarla.

Novembre 26

L’economia toscana secondo Bankitalia

La Banca d’Italia ha aggiornato a Novembre 2012 la consueta analisi congiunturale sull’economia della Regione Toscana. Di seguito la sintesi rilasciata dall’Istituto.

Nel primo semestre dell’anno in corso il quadro congiunturale si è ulteriormente deteriorato: alla flessione della domanda delle famiglie e delle imprese si è aggiunto il rallentamento della domanda estera.

Gli indicatori relativi al settore industriale (ordinativi, produzione e fatturato) sono tornati a scendere in misura sostenuta. Quasi la metà del campione di imprese intervistato dalla Banca d’Italia ha indicato per i primi nove mesi un calo del fatturato nominale. La spesa per investimenti prevista nell’anno, già storicamente contenuta, sarà rivista al ribasso da un terzo delle imprese. Nelle costruzioni la situazione rimane particolarmente difficile, sia nell’edilizia abitativa sia nelle opere pubbliche. Nei servizi una marcata flessione ha interessato le vendite al dettaglio; si sono ridotti i flussi turistici e la movimentazione delle merci.

Le vendite nominali all’estero, ancorché in decelerazione, hanno continuato a salire più che nel complesso del paese. Il maggior contributo alla crescita è nuovamente provenuto dai metalli preziosi, mentre vi è stato un deciso rallentamento del sistema della moda.

Novembre 10

Uno studio su spesa pubblica ed elezioni comunali

di Giovanni Paci

Pubblicato su demoKrazy.

La Banca d’Italia ha appena diffuso uno studio sull’insieme dei comuni italiani che analizza i loro bilanci, per il periodo dal 1998 al 2006, con particolare riferimento al periodo antecedente le scadenze elettorali. Il lavoro è particolarmente innovativo perché questo tipo di studi, finora, si era limitato al livello nazionale. Inoltre, per la prima volta, si analizza il fenomeno distinguendo tra l’operato dei sindaci appartenenti a partiti nazionali e quelli appartenenti a liste civiche. I risultati mostrano che:

– la spesa pubblica è più elevata all’approssimarsi delle elezioni comunali;
– i maggiori esborsi riguardano le erogazioni per investimenti;
– l’incremento è particolarmente pronunciato nel caso in cui il sindaco in carica appartenga a una lista civica.

Lo studio quindi analizza se queste spese aumentino o diminuiscano la possibilità del sindaco in carica di essere rieletto arrivando alla conclusione che per i sindaci eletti in liste legate a partiti politici nazionali la correlazione non esiste mentre un effetto positivo si registra nei confronti dei sindaci legati a liste locali.

Novembre 10

Il rapporto di Bankitalia sull’economia delle regioni italiane

Bankitalia ha appena pubblicato l’aggiornamento autunnale del rapporto “L’economia delle regioni italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali, novembre 2012”. Di seguito riportiamo il comunicato e il documento.

L’aggiornamento autunnale del rapporto L’economia delle regioni italiane si compone di due parti: la prima analizza le dinamiche più recenti della congiuntura nelle quattro aree territoriali del Paese; la seconda presenta alcuni approfondimenti monografici.

Nel corso dei primi nove mesi del 2012 i livelli produttivi, in contrazione in tutta Italia, si sono riportati nel Mezzogiorno sui livelli minimi della primavera del 2009, dove ha influito la maggiore dipendenza dagli andamenti della domanda interna. Nel resto del Paese la dinamica del prodotto ha ancora continuato ad avvantaggiarsi del contributo positivo delle esportazioni. Anche le esportazioni del Centro, che erano aumentate in modo consistente per nove trimestri consecutivi, hanno ristagnato nella prima parte dell’anno. Sono calati ovunque nel 2012 il fatturato e la redditività delle imprese italiane della manifattura e dei servizi.

Nel primo semestre del 2012 il tasso di disoccupazione è cresciuto di circa 2 punti percentuali al Centro Nord e di quasi 4 nel Mezzogiorno, anche per il forte aumento dell’offerta di lavoro. L’occupazione si è leggermente contratta in tutte le macroaree a eccezione del Nord Est, dove è rimasta stabile. Le ore di Cassa integrazione guadagni sono tornate a crescere, soprattutto al Centro e nel Mezzogiorno.

I prestiti bancari alle imprese sono diminuiti in tutte le macroaree, a fronte di una sostanziale stazionarietà di quelli alle famiglie. Vi ha influito soprattutto la riduzione della domanda di credito; le condizioni di offerta delle banche in tutte le aree del Paese sono divenute meno rigide.

Novembre 8

Flexicurity: Copehnagen via Berlino, andata e ritorno

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demoKrazy.

Così, la riforma del mercato del lavoro “Fornero” è finalmente legge. Da una parte il Governo, che ha voluto questo provvedimento – auspicato (forse sarebbe meglio dire “preteso”) dalla UE sin dall’Estate di un anno fa – prima del cruciale vertice europeo di queste ore in modo da poter imporre credibilmente il proprio piano di riforma delle istituzioni politiche ed economiche comunitarie, dall’altra le Parti Sociali del nostro Paese, entrambe dettesi insoddisfatte per una normativa ancora troppo rigida secondo Confindustria, ormai esageratamente flessibile e liberista per i Sindacati. In mezzo, la classe politica italiana, divisa fra i partiti più o meno antieuropeisti come Lega, Italia del Valori e Movimento “Cinque Stelle”, SEL, Rifondazione Comunista, e partiti di maggioranza “di emergenza nazionale” (PD, PDL e Terzo Polo), (apparentemente) convinti, pur fra mille distinguo, che si tratti di un articolato necessario per mettere il nostro mercato del lavoro al passo con quello degli altri e per gettare le basi di una comune strategia europea per l’occupazione e la sicurezza sociale. Sullo sfondo, infine, un’opinione pubblica prostrata dalla grave crisi economica e finanziaria di questi ultimi cinque anni, e sempre più sfiduciata sulle possibilità di una ripresa a breve termine (a Giugno 2012, ultimi dati Istat, il clima di fiducia dei consumatori italiani – un indice costruito a partire dalle risposte campionarie ad una serie di domande circa previsioni sulla futura situazione economica, occupazionale, tenore di vita personale e familiare ecc. -cala, fatto 100 il dato del 2005, dal 93.7 del Febbraio di quest’anno all’85.3 di Giugno).

Novembre 8

La paura del lavoro

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demokrazy.

Forse sta nel suo stesso significato profondo, rivelato dalla sua derivazione terminologica: labor, “fatica”, ma ciò che da sempre caratterizza il lavoro è la paura. La paura di doverlo sopportare, quando alienante, la paura di poterlo perdere quando – per quanto dequalificato – ci si rende conto che non se ne può fare a meno. Anche lo stesso Marx alla fine lo riconobbe, nel momento in cui – nel Terzo Libro de “Il Capitale” – arrivò ad ammettere che quell’attività non sarebbe stata sopprimibile, e che tutt’al più la si sarebbe potuta rendere più vivibile organizzandola in forma sostanzialmente cooperativa ed ampliando il più possibile a suo discapito il “regno della libertà” o del tempo libero. A distanza di meno di un secolo, Lazarsfeld – studiando la disoccupazione in una piccola cittadina austriaca nella quale l’unica grande fabbrica aveva chiuso i battenti – spiegò il senso non solo economico ma soprattutto psicologico ed esistenziale di quel fare. Senza quegli orari che scandivano “militarmente” le loro giornate, senza quel “mondo della vita” che nasceva anche nelle pieghe dell’organizzazione impersonale, gli individui – in particolare gli uomini – finivano per perdere il significato stesso dello spazio e del tempo, e la stessa consapevolezza di se stessi. Non era solo questione di alienazione. Era questione di senso dell’“Io” e del “Noi”, e del fatto che l’uno si costituisce solo in rapporto all’altro.
Oggi – nell’Europa falcidiata dalla crisi – questa paura si ripropone. Ma è una paura di una qualità diversa, come di una qualità diversa è questa recessione. I numeri rendono l’idea ma non la esauriscono affatto. Nel 2011 (dati Eurostat), a fronte di un tasso di occupazione che nell’Area Euro a 17 Paesi era del 64,2%, l’Italia fa registrare un 56,9%, con il valore femminile al 46,5% contro la media UE del 58,2%. All’estremo più alto i Paesi del Nord Europa: la Germania (72,5%), la Danimarca (73,1%) la Svezia (74,1%) e l’Olanda (74,9%), a quello più basso le Nazioni mediterranee (oltre alla nostra, la Spagna: 57,7%), con Francia e Regno Unito intorno alla media (rispettivamente il 63,8% ed il 69,5%). Ma è il dato della disoccupazione che colpisce. Rispetto ad una cifra UE di riferimento del 10,2%, Danimarca (7,5%), Germania (5,6%), Olanda (4,4%) e Norvegia (3,1%) presentano i dati più contenuti, la Spagna quello più elevato (22,2%) e l’Italia una cifra vicina alla media (9,6%) ma con una diffusione del fenomeno che da noi colpisce soprattutto i giovani (15-25 anni: 29,1%, rispetto ad esempio alla Danimarca: 14,2% e alla Germania: 8,6%) e le donne (in Italia il 10,2%, in Danimarca il 7,5% ed in Germania il 5,6%).

Novembre 8

Liquidità. Il percorso di scivolamento nella povertà

di Filippo Buccarelli

Estratto di un contributo per la Caritas di Pistoia pubblicato anche su pratichesociali.

Da qualche giorno su Youtube – il network internazionale di condivisione di video e documenti filmati – circola una breve intervista di circa una decina di minuti ad un uomo intorno ai cinquantacinque anni, da settimane costretto a vivere, dopo la perdita della sua abitazione, in macchina all’aperto, insieme al suo cane. Si tratta un piccolo cortometraggio quanto mai interessante – agli occhi del sociologo, il più possibile privi di valutazioni prescrittive e politiche – perché, se lo si guarda bene, è quanto mai rappresentativo di ciò che gli attuali teorici delle nuove povertà intendono con il concetto di processo di vulnerabilizzazione (Paugam 2009, Castel 2011, Brandolini e altri 2009, a cura di). Innanzitutto l’uomo spiega di essere stato in passato il titolare di una galleria d’arte, che purtroppo è stato costretto a chiudere a causa dell’attuale crisi economica. Quasi nello stesso periodo dice di aver perso la madre e – rimasto solo e senza lavoro – di essere stato sfrattato. Così, l’unico posto che gli è rimasto, dice, è stata la propria automobile, ed il solo suo compagno di vita il cane.

Se lo si guarda bene, pur a distanza di tempo, l’aspetto è ancora dignitoso ed elegante. La povertà, quando conclama — e quando lo fa con un susseguirsi tanto veloce di rotture biografiche (la disoccupazione, la perdita di una persona cara, quella di un alloggio) — segna la mente, il pensiero e il corpo. E’ stupefacente quanto ciò che sembra di più radicato ed immutabile (pur nella sua mutabilità biologica) come il corpo venga al contrario rapidamente plasmato dal cambiamento del suo ambiente naturale, sociale e culturale. Già Lazarsfeld (con Jahoda e altri 1986) — ormai quasi ottanta anni fa — studiando gli effetti che la chiusura dell’unica fabbrica della cittadina di Marienthal (un nome fittizio di una località inglese) aveva avuto e stava avendo sugli equilibri esistenziali e su quelli psicosomatici delle persone rimaste senza un impiego e praticamente destinate nell’immediato a non trovarne un altro, già Lazarsfeld allora – dicevamo – aveva notato come l’improvvisa situazione di indigenza non si limitava affatto al solo fattore economico e retributivo ma incidesse pesantemente sulle relazioni affettive, su quelle amicali e soprattutto sulla stessa autostima dei singoli. Non solo ma anche funzioni apparentemente oggettive come la percezione della realtà, il senso del tempo e dello spazio, sembravano profondamente alterate. E secondo un timing, una cadenza ritmata che manifestava una sequenza sufficientemente tipica: all’inizio il dolore e la delusione, in un secondo momento la voglia di riscatto e la sensazione di fiducia di poter risolvere il problema al più presto, quindi, come terzo momento, dopo lo scontro con i primi fallimenti nella ricerca di un nuovo posto e nonostante l’impegno profuso, un senso graduale di smarrimento e di sfiducia, sino alla fase estrema di una pressoché totale demoralizzazione (Park 1967), ovvero l’oggettiva incapacità del soggetto di disegnare giorno dopo giorno una traiettoria di vita che rivelasse ai suoi occhi un qualche senso ed un qualche significato colto come portante, pregnante, importante. Non è soltanto una questione psicologica, interiore, di testa. Tutto al contrario. E’ innanzitutto una questione di relazioni, di così detto capitale sociale (Bagnasco e altri 2001). E’ una questione insomma di legami considerati dalla persona come strutturali per la sua identità e per l’orizzonte percepito delle sue possibilità. Le difficoltà economiche minano gli affetti e le amicizie, e queste cerchie, che presiedono alla costruzione ed alla confidenza del senso di sé, scoraggiano sempre di più dalla ricerca di una nuova affermazione sul piano professionale, qualunque essa sia, il tutto — per finire — in un circolo vizioso che indebolisce gradualmente l’autostima e la capacità di copying, di fronteggiamento degli impegni più o meno normali della vita quotidiana.

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