novembre 26

L’economia toscana secondo Bankitalia

La Banca d’Italia ha aggiornato a Novembre 2012 la consueta analisi congiunturale sull’economia della Regione Toscana. Di seguito la sintesi rilasciata dall’Istituto.

Nel primo semestre dell’anno in corso il quadro congiunturale si è ulteriormente deteriorato: alla flessione della domanda delle famiglie e delle imprese si è aggiunto il rallentamento della domanda estera.

Gli indicatori relativi al settore industriale (ordinativi, produzione e fatturato) sono tornati a scendere in misura sostenuta. Quasi la metà del campione di imprese intervistato dalla Banca d’Italia ha indicato per i primi nove mesi un calo del fatturato nominale. La spesa per investimenti prevista nell’anno, già storicamente contenuta, sarà rivista al ribasso da un terzo delle imprese. Nelle costruzioni la situazione rimane particolarmente difficile, sia nell’edilizia abitativa sia nelle opere pubbliche. Nei servizi una marcata flessione ha interessato le vendite al dettaglio; si sono ridotti i flussi turistici e la movimentazione delle merci.

Le vendite nominali all’estero, ancorché in decelerazione, hanno continuato a salire più che nel complesso del paese. Il maggior contributo alla crescita è nuovamente provenuto dai metalli preziosi, mentre vi è stato un deciso rallentamento del sistema della moda.

novembre 10

Uno studio su spesa pubblica ed elezioni comunali

di Giovanni Paci

Pubblicato su demoKrazy.

La Banca d’Italia ha appena diffuso uno studio sull’insieme dei comuni italiani che analizza i loro bilanci, per il periodo dal 1998 al 2006, con particolare riferimento al periodo antecedente le scadenze elettorali. Il lavoro è particolarmente innovativo perché questo tipo di studi, finora, si era limitato al livello nazionale. Inoltre, per la prima volta, si analizza il fenomeno distinguendo tra l’operato dei sindaci appartenenti a partiti nazionali e quelli appartenenti a liste civiche. I risultati mostrano che:

– la spesa pubblica è più elevata all’approssimarsi delle elezioni comunali;
– i maggiori esborsi riguardano le erogazioni per investimenti;
– l’incremento è particolarmente pronunciato nel caso in cui il sindaco in carica appartenga a una lista civica.

Lo studio quindi analizza se queste spese aumentino o diminuiscano la possibilità del sindaco in carica di essere rieletto arrivando alla conclusione che per i sindaci eletti in liste legate a partiti politici nazionali la correlazione non esiste mentre un effetto positivo si registra nei confronti dei sindaci legati a liste locali.

novembre 10

Il rapporto di Bankitalia sull’economia delle regioni italiane

Bankitalia ha appena pubblicato l’aggiornamento autunnale del rapporto “L’economia delle regioni italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali, novembre 2012”. Di seguito riportiamo il comunicato e il documento.

L’aggiornamento autunnale del rapporto L’economia delle regioni italiane si compone di due parti: la prima analizza le dinamiche più recenti della congiuntura nelle quattro aree territoriali del Paese; la seconda presenta alcuni approfondimenti monografici.

Nel corso dei primi nove mesi del 2012 i livelli produttivi, in contrazione in tutta Italia, si sono riportati nel Mezzogiorno sui livelli minimi della primavera del 2009, dove ha influito la maggiore dipendenza dagli andamenti della domanda interna. Nel resto del Paese la dinamica del prodotto ha ancora continuato ad avvantaggiarsi del contributo positivo delle esportazioni. Anche le esportazioni del Centro, che erano aumentate in modo consistente per nove trimestri consecutivi, hanno ristagnato nella prima parte dell’anno. Sono calati ovunque nel 2012 il fatturato e la redditività delle imprese italiane della manifattura e dei servizi.

Nel primo semestre del 2012 il tasso di disoccupazione è cresciuto di circa 2 punti percentuali al Centro Nord e di quasi 4 nel Mezzogiorno, anche per il forte aumento dell’offerta di lavoro. L’occupazione si è leggermente contratta in tutte le macroaree a eccezione del Nord Est, dove è rimasta stabile. Le ore di Cassa integrazione guadagni sono tornate a crescere, soprattutto al Centro e nel Mezzogiorno.

I prestiti bancari alle imprese sono diminuiti in tutte le macroaree, a fronte di una sostanziale stazionarietà di quelli alle famiglie. Vi ha influito soprattutto la riduzione della domanda di credito; le condizioni di offerta delle banche in tutte le aree del Paese sono divenute meno rigide.

novembre 8

Flexicurity: Copehnagen via Berlino, andata e ritorno

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demoKrazy.

Così, la riforma del mercato del lavoro “Fornero” è finalmente legge. Da una parte il Governo, che ha voluto questo provvedimento – auspicato (forse sarebbe meglio dire “preteso”) dalla UE sin dall’Estate di un anno fa – prima del cruciale vertice europeo di queste ore in modo da poter imporre credibilmente il proprio piano di riforma delle istituzioni politiche ed economiche comunitarie, dall’altra le Parti Sociali del nostro Paese, entrambe dettesi insoddisfatte per una normativa ancora troppo rigida secondo Confindustria, ormai esageratamente flessibile e liberista per i Sindacati. In mezzo, la classe politica italiana, divisa fra i partiti più o meno antieuropeisti come Lega, Italia del Valori e Movimento “Cinque Stelle”, SEL, Rifondazione Comunista, e partiti di maggioranza “di emergenza nazionale” (PD, PDL e Terzo Polo), (apparentemente) convinti, pur fra mille distinguo, che si tratti di un articolato necessario per mettere il nostro mercato del lavoro al passo con quello degli altri e per gettare le basi di una comune strategia europea per l’occupazione e la sicurezza sociale. Sullo sfondo, infine, un’opinione pubblica prostrata dalla grave crisi economica e finanziaria di questi ultimi cinque anni, e sempre più sfiduciata sulle possibilità di una ripresa a breve termine (a Giugno 2012, ultimi dati Istat, il clima di fiducia dei consumatori italiani – un indice costruito a partire dalle risposte campionarie ad una serie di domande circa previsioni sulla futura situazione economica, occupazionale, tenore di vita personale e familiare ecc. -cala, fatto 100 il dato del 2005, dal 93.7 del Febbraio di quest’anno all’85.3 di Giugno).

novembre 8

La paura del lavoro

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demokrazy.

Forse sta nel suo stesso significato profondo, rivelato dalla sua derivazione terminologica: labor, “fatica”, ma ciò che da sempre caratterizza il lavoro è la paura. La paura di doverlo sopportare, quando alienante, la paura di poterlo perdere quando – per quanto dequalificato – ci si rende conto che non se ne può fare a meno. Anche lo stesso Marx alla fine lo riconobbe, nel momento in cui – nel Terzo Libro de “Il Capitale” – arrivò ad ammettere che quell’attività non sarebbe stata sopprimibile, e che tutt’al più la si sarebbe potuta rendere più vivibile organizzandola in forma sostanzialmente cooperativa ed ampliando il più possibile a suo discapito il “regno della libertà” o del tempo libero. A distanza di meno di un secolo, Lazarsfeld – studiando la disoccupazione in una piccola cittadina austriaca nella quale l’unica grande fabbrica aveva chiuso i battenti – spiegò il senso non solo economico ma soprattutto psicologico ed esistenziale di quel fare. Senza quegli orari che scandivano “militarmente” le loro giornate, senza quel “mondo della vita” che nasceva anche nelle pieghe dell’organizzazione impersonale, gli individui – in particolare gli uomini – finivano per perdere il significato stesso dello spazio e del tempo, e la stessa consapevolezza di se stessi. Non era solo questione di alienazione. Era questione di senso dell’“Io” e del “Noi”, e del fatto che l’uno si costituisce solo in rapporto all’altro.
Oggi – nell’Europa falcidiata dalla crisi – questa paura si ripropone. Ma è una paura di una qualità diversa, come di una qualità diversa è questa recessione. I numeri rendono l’idea ma non la esauriscono affatto. Nel 2011 (dati Eurostat), a fronte di un tasso di occupazione che nell’Area Euro a 17 Paesi era del 64,2%, l’Italia fa registrare un 56,9%, con il valore femminile al 46,5% contro la media UE del 58,2%. All’estremo più alto i Paesi del Nord Europa: la Germania (72,5%), la Danimarca (73,1%) la Svezia (74,1%) e l’Olanda (74,9%), a quello più basso le Nazioni mediterranee (oltre alla nostra, la Spagna: 57,7%), con Francia e Regno Unito intorno alla media (rispettivamente il 63,8% ed il 69,5%). Ma è il dato della disoccupazione che colpisce. Rispetto ad una cifra UE di riferimento del 10,2%, Danimarca (7,5%), Germania (5,6%), Olanda (4,4%) e Norvegia (3,1%) presentano i dati più contenuti, la Spagna quello più elevato (22,2%) e l’Italia una cifra vicina alla media (9,6%) ma con una diffusione del fenomeno che da noi colpisce soprattutto i giovani (15-25 anni: 29,1%, rispetto ad esempio alla Danimarca: 14,2% e alla Germania: 8,6%) e le donne (in Italia il 10,2%, in Danimarca il 7,5% ed in Germania il 5,6%).

novembre 8

Liquidità. Il percorso di scivolamento nella povertà

di Filippo Buccarelli

Estratto di un contributo per la Caritas di Pistoia pubblicato anche su pratichesociali.

Da qualche giorno su Youtube – il network internazionale di condivisione di video e documenti filmati – circola una breve intervista di circa una decina di minuti ad un uomo intorno ai cinquantacinque anni, da settimane costretto a vivere, dopo la perdita della sua abitazione, in macchina all’aperto, insieme al suo cane. Si tratta un piccolo cortometraggio quanto mai interessante – agli occhi del sociologo, il più possibile privi di valutazioni prescrittive e politiche – perché, se lo si guarda bene, è quanto mai rappresentativo di ciò che gli attuali teorici delle nuove povertà intendono con il concetto di processo di vulnerabilizzazione (Paugam 2009, Castel 2011, Brandolini e altri 2009, a cura di). Innanzitutto l’uomo spiega di essere stato in passato il titolare di una galleria d’arte, che purtroppo è stato costretto a chiudere a causa dell’attuale crisi economica. Quasi nello stesso periodo dice di aver perso la madre e – rimasto solo e senza lavoro – di essere stato sfrattato. Così, l’unico posto che gli è rimasto, dice, è stata la propria automobile, ed il solo suo compagno di vita il cane.

Se lo si guarda bene, pur a distanza di tempo, l’aspetto è ancora dignitoso ed elegante. La povertà, quando conclama — e quando lo fa con un susseguirsi tanto veloce di rotture biografiche (la disoccupazione, la perdita di una persona cara, quella di un alloggio) — segna la mente, il pensiero e il corpo. E’ stupefacente quanto ciò che sembra di più radicato ed immutabile (pur nella sua mutabilità biologica) come il corpo venga al contrario rapidamente plasmato dal cambiamento del suo ambiente naturale, sociale e culturale. Già Lazarsfeld (con Jahoda e altri 1986) — ormai quasi ottanta anni fa — studiando gli effetti che la chiusura dell’unica fabbrica della cittadina di Marienthal (un nome fittizio di una località inglese) aveva avuto e stava avendo sugli equilibri esistenziali e su quelli psicosomatici delle persone rimaste senza un impiego e praticamente destinate nell’immediato a non trovarne un altro, già Lazarsfeld allora – dicevamo – aveva notato come l’improvvisa situazione di indigenza non si limitava affatto al solo fattore economico e retributivo ma incidesse pesantemente sulle relazioni affettive, su quelle amicali e soprattutto sulla stessa autostima dei singoli. Non solo ma anche funzioni apparentemente oggettive come la percezione della realtà, il senso del tempo e dello spazio, sembravano profondamente alterate. E secondo un timing, una cadenza ritmata che manifestava una sequenza sufficientemente tipica: all’inizio il dolore e la delusione, in un secondo momento la voglia di riscatto e la sensazione di fiducia di poter risolvere il problema al più presto, quindi, come terzo momento, dopo lo scontro con i primi fallimenti nella ricerca di un nuovo posto e nonostante l’impegno profuso, un senso graduale di smarrimento e di sfiducia, sino alla fase estrema di una pressoché totale demoralizzazione (Park 1967), ovvero l’oggettiva incapacità del soggetto di disegnare giorno dopo giorno una traiettoria di vita che rivelasse ai suoi occhi un qualche senso ed un qualche significato colto come portante, pregnante, importante. Non è soltanto una questione psicologica, interiore, di testa. Tutto al contrario. E’ innanzitutto una questione di relazioni, di così detto capitale sociale (Bagnasco e altri 2001). E’ una questione insomma di legami considerati dalla persona come strutturali per la sua identità e per l’orizzonte percepito delle sue possibilità. Le difficoltà economiche minano gli affetti e le amicizie, e queste cerchie, che presiedono alla costruzione ed alla confidenza del senso di sé, scoraggiano sempre di più dalla ricerca di una nuova affermazione sul piano professionale, qualunque essa sia, il tutto — per finire — in un circolo vizioso che indebolisce gradualmente l’autostima e la capacità di copying, di fronteggiamento degli impegni più o meno normali della vita quotidiana.

novembre 8

L’importanza di investire nella conoscenza

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su pratichesociali

Alle soglie del 2000, il Consiglio d’Europa inaugurò la sua strategia di sviluppo: fare del Vecchio Continente, entro il 2020, una compiuta società della conoscenza, ovvero una realtà sociale capace di monitorare le sue trasformazioni storiche, di governarle democraticamente in vista di programmi di modernizzazione sostenibili ed a misura d’uomo e di promuovere così l’emancipazione materiale ed intellettuale delle persone, assicurando loro le opportunità di una loro autodeterminazione, di una loro realizzazione individuale, di una effettiva costruzione della propria biografia liberamente scelta. Investire nella conoscenza non significava soltanto scommettere sulla riflessività collettiva e personale ma promuovere le condizioni per una valorizzazione delle proprie capacità e della propria creatività, facendo tesoro di questa inventività informata e professionalmente assistita anche nel campo dell’economia e della produzione.

A distanza di alcuni anni quel progetto sembra essere in gran parte naufragato. I processi della globalizzazione materiale e culturale appaiono più subiti che governati. Il modo del lavoro ha proseguito sulla strada della frammentazione e della balcanizzazione, con nuove disuguaglianze fra lavoratori del nord e del sud del mondo, fra Paesi “manovali” e Paesi di progettazione e di programmazione, fra aree manuali e di fabbricazione e aree di consumo e di agiatezza ostentata. Fratture sociali ed economiche che non si limitano tuttavia allo scenario mondiale ma che interessano sempre di più anche gli stessi paesi di un continente o dell’altro: la distanza fra quartieri altolocati e le bidonville di una megalopoli sudamericana o asiatica o sudafricana è la stessa, per molti aspetti, che separa ad esempio i centri commerciali delle metropoli americane ed europee e le periferie disagiate delle stesse.

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