Apr 5

2017 | Quello che le donne (non) dicono

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Committente: Comune di
Consegna: Settembre 2017
Tipologia: Autosoministrazione assistita/Fase etnografica: Video-interviste/Focus-group
Realizzazione a cura di: Poieinlab srl

Un’ esplorativa sul territorio di Montelupo Fiorentino

Problema e ipotesi

In un libro di qualche anno fa − significativamente intitolato Le monde des femmes (Paris, Fayard, 2006) e tradotto in Italiano tre anni più tardi con un’intestazione un po’ fuorviante (Il mondo è delle donne, Milano, Il Saggiatore, 2009) − Alain Touraine affermava che, specialmente nei Paesi industriali avanzati dell’Occidente (ma non solo), si stava verificando una profonda trasformazione delle sensibilità, degli orientamenti valoriali, dello stesso senso di identità delle donne, ed anche un altrettanto cruciale cambiamento nel modo in cui esse elaboravano i loro bisogni, li trasformavano in domande condivise e agivano in maniera collettiva ed organizzata per affermare i loro diritti. Se ancora pochi decenni prima la loro carica innovativa e conflittuale si manifestava attraverso modelli di azione proattivi, culturalmente assertivi e politicamente strutturati (ad esempio la lotta per pari opportunità nei diversi campi della vita sociale), oggi il movimento “femminile” (non a caso chiamato così dalle sue stesse protagoniste, e non più “femminista”) appare caratterizzato da un apparente ripiegamento su sé stesso, dalla crescente predilezione della sfera privata rispetto a quella dell’impegno , da un modo di cogliere la specificità di genere non tanto nella relazione all’“altro” (i partner, i figli, i genitori, i colleghi di lavoro ecc.) quanto in quella con sé stessi e con le proprie dimensioni percepite come più “naturali”, in contrapposizione ai codici di un potere sociale sempre più pervasivo e “molecolare”.
La capacità delle nuove tecnologie biomediche di definire ad esempio il senso di eventi esistenziali come la vita e la morte, la nascita o la senescenza, lo stato di salute o quello di malattia, fanno del corpo delle persone − ed in particolate del corpo delle donne, oggetto da sempre del più stretto controllo sociale − il “luogo” centrale sul quale si giocano oggi i rapporti di forza e di regolazione fra categorie portatrici di visioni e di convinzioni etiche alternative. L’importanza delle così dette “industrie culturali” − il sistema educativo, quello dell’informazione, quello più in generale della comunicazione, nuova e tradizionale (la stampa, i media televisivi, la telematica ecc.) − trasla poi il contenuto di queste “battaglie” dal piano della percezione della propria organicità a quella dell’autoconsapevolezza psichica e identitaria. Ed anche qui le donne costituiscono il punto focale su cui si esercita maggiormente la capacità di intervento della collettività, una capacità fatta di costruzione e di imposizione di stereotipi, di diffusione di e di canoni estetici diseguali e discriminanti, dell’istituzionalizzazione insomma di modelli di comportamento che segnano il sottile confine fra la sovra- e la subordinazione, nell’ambito del lavoro così come in quello familiare e della vita provata. La risposta a questo stato di cose risulta essere così l’afasia, la delle radici del proprio “io” nelle sfere più intime e personale della propria esperienza individuale o di gruppo. I conflitti di genere − pur dovendo alla fine maturare in rivendicazioni strutturate, pena il loro inaridimento − traggono insomma ora paradossalmente linfa vitale da una sorta di senso di solitudine, cui si contrappone non di meno, per reazione, un’esigenza altrettanto marcata di relazioni sentite come autentiche e di riconoscimento reciproco. Due tratti opposti e simmetrici, questi, che costituiscono forse la cifra più distintiva del tempo attuale, postmoderno, nel quale viviamo.

Continua

Queste due dimensioni − lo sguardo verso sé stessi ma al contempo la necessità di trovare conferma in quello dell’altro − rappresentano le coordinate di analisi, nel quadro teorico appena tratteggiato, alla luce del quale abbiamo pensato di proporre questo . Il mondo delle donne è ancora oggi (e forse soprattutto adesso, per le ragioni dette) un mondo tendenzialmente silente. Non che esse non abbiano conquistato un posto di primo piano nella società. Il mercato del lavoro, a partire dagli anni Ottanta, è radicalmente cambiato proprio per la loro entrata in massa alla ricerca di un’occupazione retribuita, e − nonostante la persistenza di tetti di cristallo e di professioni ancora caratterizzate da un forte squilibrio di genere − molti passi sono stati fatti (ma molti devono essere ancora compiuti) sul piano dell’eguaglianza retributiva e degli avanzamenti di carriera. Non solo ma questa maggiore autonomia ha anche significato, potenzialmente ed in concreto, un maggior grado di autodeterminazione e di libertà individuale ed esistenziale, segnalato ad esempio (uno dei fattori che spiegano questi fenomeni) dalla diminuzione dei tassi di nuzialità e dalla crescita esponenziale del numero di separazione e di divorzi. Soprattutto le giovani generazioni femminili appaiono portatrici di modi di vivere le proprie aspirazioni lavorative e personali molto più consapevoli di quanto non sia stato per le “colleghe” delle generazioni anche soltanto immediatamente precedenti: per le loro nonne ma pure per le loro stesse madri. E tuttavia quest’altra “metà del cielo” è ancora adesso più raccontata che ascoltata, più raffigurata che guardata con attenzione nel tentativo di capire e di comprendere quale sia − pur nella molteplice diversità delle esperienze, dipendente dagli specifici percorsi biografici, dalle differenti appartenenze di classe, dalle eterogenee cerchie di appartenenza nelle quali si matura in maniera sempre più contingente il proprio senso di sé e lo spessore della propria identità individuale − la fisionomia tendenzialmente più autentica che essa assume, e quali domande, quali sfide questa ponga alle comunità ed ai gruppi dirigenti che le amministrano. Un quadro − questo − infine complicato dalle grandi trasformazioni che stanno ulteriormente modificando l’immaginario collettivo ed il tessuto relazionale delle società locali: le migrazioni, con l’ingresso di donne e di famiglie con un retaggio culturale e linguistico molto diverso da quello delle popolazioni dei Paesi ospitanti; o ancora la diffusione capillare, sin nel cuore della quotidianità, dei mezzi di comunicazione informatici, lungo i quali si veicolano stilemi di vita (dunque sogni, aspirazioni, progettualità) quanto mai numerosi ma ridondanti, ricchi ma allo stesso tempo talvolta fuggevoli.

Gli obiettivi conoscitivi

La ricerca-azione che qui proponiamo si pone nell’ambito degli studi esplorativi. Non si tratta in altri termini di controllare empiricamente − come si fa in fase di giustificazione delle ipotesi, in genere mediante tecniche di indagine di tipo quantitativo e standardizzato applicate a grandi numeri di persone − idee e congetture prestabilite, tratte ad esempio dalla letteratura acquisita. Questa, naturalmente, orienta sempre il modo di approcciare i fenomeni. Ma ciò che vorremo fare è cercare di capire quali siano le che animano oggi lo sfondo di senso della popolazione femminile nel contesto di una specifico territorio − il Comune di Montelupo Fiorentino − negli ultimi anni peraltro soggetto a profondi mutamenti demografici, dovuti ad esempio ai processi di dislocazione abitativa e residenziale che hanno caratterizzato, con uno spostamento verso le sue “periferie”, l’area metropolitana fiorentina.
Le sono quadri di senso alquanto complesse. Schematizzando, sono un insieme multi-stratificato di attribuzioni di rilevanza. Al livello più superficiale, sono costituite ad esempio dalle opinioni, da ciò che − nel veloce succedersi degli eventi − si pensa delle specifiche situazioni con cui si ha quotidianamente a che fare. E, proprio per tale contingenza ed imprevedibilità degli accadimenti, esse cambiano abbastanza velocemente, rispondendo ad un’esigenza di adattamento e di ristabilimento rassicurante dell’ordine di significati all’interno dei quali si è da tempo abituati a muoversi. Esse sono le dimensioni che un’indagine quantitativa − ad esempio mediante somministrazione di un questionario ad un campione più o meno rappresentativo della popolazione studiata − riesce meglio di ogni altro metodo a cogliere ed a sistematizzare. Ma in questo modo, ciò che si ottiene sono solo delle “fotografie” che, per quanto importanti per cogliere l’entità dei problemi, non consentono di capire il coacervo di motivazioni (spesso diverse e contraddittorie, anche all’interno di uno stesso individuo) che produce, sul piano aggregato, il fenomeno che si intende approfondire.
Per sondare quest’ultimo complesso ed eterogeneo sfondo di senso, occorre invece scendere più in profondità, cogliendo − sempre schematizzando − le due altre componenti delle : gli assunti fondamentali, cioè il modo con cui i soggetti − a partire dalla cultura del luogo in cui vivono e dalle reti di relazioni che frequentano − definiscono le cose, conferiscono loro quanta e quale importanza, si fanno un’idea della loro posizione all’interno di questo mondo della vita e maturano interattivamente (il che vuol dire soprattutto emotivamente) aspettative, speranze, paure, e dunque obiettivi e risoluzioni a scegliere certi mezzi per poter realizzare i loro progetti così definiti; e, ad un livello intermedio fra questi riferimenti di base e le opinioni cui abbiamo prima accennato, gli atteggiamenti, ovvero quelle predisposizioni che − mediando fra convincimenti profondi e orientamenti situazionali e repentinamente mutevoli − consentono ai singoli di cogliere la continuità della loro esperienza personale, nonostante le “correzioni” che essi sono costretti ad apportare (in un costante lavoro quotidiano su sé stessi e sugli altri) al fine di riconoscersi nel percorso che hanno effettuato, di procedere da lì nel loro cammino di vita, di evitare così, per quanto possibile, il rischio di fratture nella loro carriera biografica e di conseguenti processi di disaffiliazione, impoverimento e marginalizzazione.
L’indagine che proponiamo mira a comprendere soprattutto proprio queste ultime due dimensioni esistenziali e di senso. Con riferimento a quel monde des femmes che abbiamo sopra brevemente descritto, quali sono i sentimenti che le diverse categorie di donne − ad esempio le giovani, le adulte le più mature; le lavoratrici e le casalinghe; coloro che hanno una famiglia e coloro che vivono da sole; quante hanno figli e quante no ecc. − nutrono nei confronti degli altri, dell’altro sesso, degli appartenenti ad una generazione diversa dalla propria? Quali sono stati i loro successi e i loro fallimenti, quali i modi con cui hanno gestito i primi e affrontato i secondi, se e come hanno provato a far tesoro di quanto e loro successo? Quanto (si ricordi quei due tratti tipici del nostro tempo, che abbiamo derivato dall’impostazione teorica alla base del lavoro che proponiamo) si sono sentite sole in questa quotidiana ricostruzione di senso, e in che modo hanno fatto fronte a quel bisogno di riconoscimento dal quale in definitiva dipende sempre, nonostante le paure e le difficolta dell’apertura all’altro, il proprio benessere psico-fisico e una soddisfacente consapevolezza di sé stessi? Ed infine − sempre a mo’ di esempio delle domande che intendiamo affrontare, e trasportando il ragionamento sul “palcoscenico” della vita sociale − cosa pensano del territorio in cui vivono, come vi si trovano, quali sono gli aiuti di cui possono disporre (e quali le eventuali difficoltà per potervi accedere), e quali invece i servizi, i supporti, di cui sentirebbero la necessità? In buona sostanza, qual è la loro storia, quale la qualità della vita che vivono nel presente, quale le aspettative per il loro futuro?

Il comunicato stampa

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