Feb 25

Sulla privatizzazione dell’educazione

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Jerome è un valente ricercatore all’European University Institute di Fiesole. Il suo blog, ROARMAG, racconta con passione e competenza le rivolte globali, dagli Indignados a Occupy passando per la Grecia e oltre. Recentemente ha ospitato questa riflessione di Sajjad Ali Malik in cui viene proposta una sfidante contrapposizione ideale sul tema dell’ globale. Mi sono permesso di tradurla e ve la sottopongo. Il contributo originale è qui. (giovanni paci)

Freire o ? In difesa dell’educazione critica.

di Sajjad Ali Malik

L’ è un concetto con cui ci confrontiamo, in qualche modo, direttamente o indirettamente, ogni giorno. Esso è stato a lungo considerato il “proiettile d’argento” per affrontare le ingiustizie più diffuse nella società: la , la criminalità, il razzismo, il patriarcato, la disuguaglianza socio-economica. La nostra interazione con l’educazione è influenzata, e varia, in base ai tentacoli dei rapporti di potere: classe, etnia, genere, geografia ed esperienze di vita. Per alcuni, questa interazione si manifesta in termini di buone pratiche e di filosofia educativa. Per altri, ruota intorno all’accesso alla e alle questioni di rappresentanza. Di conseguenza, la nostra interazione concettuale con l’istruzione non è indenne da errori o calcoli ideologici. A chi serve il sistema scolastico e per quale scopo? A cosa assomiglia in realtà l’educazione? Riusciamo a riconoscerla quando la vediamo? Oppure, potremmo scambiare l’educazione per qualcos’altro? Come ha spiegato l’influente teorico della :

L’educazione può funzionare come uno strumento per facilitare l’integrazione delle nuove generazioni nella logica del sistema dominante e portare al conformismo; oppure diventare pratica di libertà, il mezzo con cui gli uomini e le donne affrontano la realtà in modo critico e creativo e scoprono come partecipare alla trasformazione del loro mondo.

Il famoso editorialista del New York Times Thomas Friedman, ha recentemente scritto sulla diffusione dei corsi on-line gratuiti da parte di istituzioni quali Stanford e MIT, così come di aziende come Coursera e Udacity. Mentre Friedman saluta questo fenomeno come una “rivoluzione”, egli afferma che

“niente ha un potenziale maggiore per togliere le persone dalla povertà – fornendo loro una educazione adeguata per ottenere un o migliorare il lavoro che hanno. Niente ha più potenziale per sbloccare un miliardo di cervelli in più al fine di risolvere i grandi problemi del mondo.”

Egli poi dissemina la sua rubrica di aneddoti relativi a persone che hanno beneficiato dei corsi universitari “aperti” on-line. Friedman vede questa innovazione tecnologica ed educativa come quella che permetterà ai lavoratori stranieri di avere la formazione necessaria per competere con i lavoratori del primo mondo. Il ragionamento è che tutto questo alla fine beneficerà le grandi compagnie multinazionali, che avranno a disposizione una più ampia gamma di lavoratori tecnicamente qualificati da impiegare. Questi soggetti privati, dotati di un maggior numero di lavoratori esperti (e a buon mercato), saranno in grado di offrire un’occupazione più redditizia e generare maggiori entrate, alleviando, infine, la povertà nel Terzo Mondo. Sulla stessa linea si situa un recente editoriale di Pauline Rose, direttore del Global Monitoring Report sull’educazione pubblicato dall’UNESCO. Nel suo contributo, Rose immagina l’emergere di figure simili a Bill Gates capaci di diffondere la pratica dei finanziamenti all’istruzione globale tra le aziende private e le fondazioni. La filantropia aziendale è considerata la soluzione per migliorare l’accesso globale all’istruzione. Seguendo la logica di Friedman, Rose afferma:

C’è bisogno di poco per fare dell’istruzione un’occasione di business. Essa è intrinsecamente legata a tutti i risultati positivi in termini di sviluppo. La crescita economica, la salute, l’alimentazione e la sono tutti beneficiati da un’istruzione di qualità. Se tutti i bambini nei paesi a basso reddito lasciassero la scuola con capacità base di lettura, la povertà diminuirebbe del 12 per cento – e questo è un bene per gli affari. Il settore beneficia direttamente di una manodopera istruita e qualificata.

Friedman e Rose chiedono essenzialmente l’accelerazione della privatizzazione dell’educazione globale. Si tratta di una tendenza che è già iniziata negli Stati Uniti, come testimonia la crescita di scuole gestite da società private, una decisa enfasi sui punteggi dei test e la decimazione dei sindacati degli insegnanti, insieme con l’idea errata che gli insegnanti siano i soli responsabili dei risultati di apprendimento. Ciò che questa privatizzazione consente, e ciò che è auspicato sia dai contributi di Friedman che di Rose, è il disconoscimento di più ampie considerazioni relative alle questioni socio-economiche poste da capitalismo globale e dal neoliberismo, problemi che sono intrinsecamente connessi con l’educazione. Il pericolo non è il progresso tecnologico in grado di consentire un maggiore accesso all’educazione per il Terzo Mondo, ma le sue implicazioni che continuamente non si riescono ad analizzare criticamente. Invece di salutare l’introduzione dei corsi gratuiti on-line come una rivoluzione nella formazione globale che ridurrà la povertà e la sofferenza, perché non mettiamo in discussione, per cominciare, il sistema globale che ha permesso, se non incoraggiato attivamente, la formazione di questa desolante situazione? Contributi come quelli di Friedman e Rose contribuiscono attivamente a impedirci di pensare a come siamo arrivati a una situazione in cui, come afferma Rose, “ci sono 61 milioni di bambini che non vanno a scuola”. A essi sembra conveniente dimenticare il fatto che i programmi di aggiustamento strutturale del FMI hanno gravemente ridotto la spesa pubblica in istruzione da parte dei governi, e che la privatizzazione dell’istruzione ha portato a un aumento della segregazione sociale, come in Cile . Quando ci basiamo sul ragionamento utilizzato da Friedman e Rose, impediamo a noi stessi di chiederci che tipo di sistema economico globale è quello che permette una situazione in cui la privatizzazione e la filantropia aziendale diventano la soluzione per affrontare le disuguaglianze radicali già esistenti. Alla fine, tutto torna alla domanda iniziale sullo scopo dell’educazione. Per Friedman e Rose, esso è quello di produrre lavoratori che contribuiscano al rafforzamento di un ordine economico ingiusto che ha creato, per primo, il problema. L’obiettivo generale è quello di convincerci che il rimedio ai problemi attuali è in realtà la stessa pillola che ha causato la malattia. Per Freire, lo scopo dell’educazione è quello di consentire agli studenti di crescere in una modalità che analizza criticamente come siamo arrivati a questa situazione desolante e come possiamo cominciare a trasformarla. Freire o Friedman? Sta a noi scegliere.

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