luglio 27

Tra bene comune e impegno privato La sfida del volontariato

Il valore del volontariato non si misura solo in numeri, siano essi di persone che lo fanno o di organizzazioni che si impegnano in qualche settore. Anzi, troppo spesso questi numeri possono essere fuorvianti. Il volontariato è un bene comune di una società e l’unità di misura del suo valore è il senso che ha per essa. In questo vedo una grande crisi, una crisi di identità. Schiacciato dal percorso di istituzionalizzazione intrapreso negli anni novanta, dalla crisi economica e sociale dell’ultimo decennio, dalla fase ciclica secondo il noto andamento ben descritto da Hirschman in Felicità privata e felicità pubblica, dalla rincorsa a finanziamenti e dal vezzo tutto italiano dei collateralismi politici e di potere, il volontariato organizzato necessita di un percorso di ricerca di senso, pena la sua irrilevanza rispetto al miglioramento del benessere della nostra società.

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giugno 20

Convegno: Alla ricerca del lavoro perduto. Idee sul lavoro che cambia

Introduzione

L’attuale crisi economica si sta manifestando come crisi che attraversa diversi ambiti del vivere comune e che pone interrogativi sul futuro del lavoro e del modo di intendere l’esperienza lavorativa in una società mondiale sempre più interrelata. La crisi sta manifestando i limiti di un sistema non solo economico ma di pensiero che ha segnato gli ultimi decenni.

Il processo di finanziarizzazione dell’economia e le disuguaglianze e le ingiustizie che questo sta producendo a livello mondiale aprono a una considerazione riguardo alle possibili alternative a questo modello in grado di rimettere al centro la questione del lavoro. In modo particolare la crisi pone una occasione propizia: quella di fermarsi e di interrogarsi, di riflettere e confrontarsi insieme. Si tratta di pensare alla plausibilità e alla possibilità di nuovi modelli di vita economica, di nuovi stili di vita e di cambiamenti significativi nell’ambito delle politiche del lavoro.

febbraio 28

La socialità asociale

Ripubblichiamo di seguito questo interessante post tratto dall’ottimo blog il lavoro culturale.

Il secolo psicologico: prodromi di una nuova socialità senza sociale

di Riccardo Ierna

Nel 1982 uscì presso la Feltrinelli un piccolo volumetto dal titolo: “Verso una società relazionale. Il fenomeno “psy” in Francia” [1]. Si trattava di una raccolta di saggi del sociologo francese Robert Castel, intorno a quello che sarebbe divenuto un tema prevalente nel dibattito culturale e politico a cavallo tra la fine degli anni 60’ e la fine degli anni 70’: l’evoluzione e la collocazione della psicoanalisi, della psicologia e delle tecniche psicologiche nella società contemporanea. L’analisi di Castel si inquadrava in un più ampio filone critico di ricerca, che imponeva una riflessione profonda sulla scorta dei profondi mutamenti sociali e culturali dal maggio ’68 in poi. Esso faceva da sfondo alle lotte antiautoritarie, alle esperienze di deistituzionalizzazione e di critica alla medicina e alla psichiatria, che avevano animato quella stagione, culminate nella promulgazione di importanti provvedimenti legislativi in grado di modificare il quadro normativo in tema di salute pubblica.

febbraio 10

Post-democrazia

In una breve intervista apparsa su uno dei blog della London School of Economics, il Prof. Colin Crouch, della Warwick University, spiega come siamo ormai in una post-democrazia ovvero in una democrazia che conserva le sue caratteristiche formali ma che è in realtà una vera e propria tecnocrazia. Per il professore, la crisi, invece di mettere in discussione il ruolo delle elites tecnocratiche, lo rafforza.

Da leggere: http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2013/02/09/five-minutes-with-colin-crouch-a-post-democratic-society/

novembre 8

La paura del lavoro

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demokrazy.

Forse sta nel suo stesso significato profondo, rivelato dalla sua derivazione terminologica: labor, “fatica”, ma ciò che da sempre caratterizza il lavoro è la paura. La paura di doverlo sopportare, quando alienante, la paura di poterlo perdere quando – per quanto dequalificato – ci si rende conto che non se ne può fare a meno. Anche lo stesso Marx alla fine lo riconobbe, nel momento in cui – nel Terzo Libro de “Il Capitale” – arrivò ad ammettere che quell’attività non sarebbe stata sopprimibile, e che tutt’al più la si sarebbe potuta rendere più vivibile organizzandola in forma sostanzialmente cooperativa ed ampliando il più possibile a suo discapito il “regno della libertà” o del tempo libero. A distanza di meno di un secolo, Lazarsfeld – studiando la disoccupazione in una piccola cittadina austriaca nella quale l’unica grande fabbrica aveva chiuso i battenti – spiegò il senso non solo economico ma soprattutto psicologico ed esistenziale di quel fare. Senza quegli orari che scandivano “militarmente” le loro giornate, senza quel “mondo della vita” che nasceva anche nelle pieghe dell’organizzazione impersonale, gli individui – in particolare gli uomini – finivano per perdere il significato stesso dello spazio e del tempo, e la stessa consapevolezza di se stessi. Non era solo questione di alienazione. Era questione di senso dell’“Io” e del “Noi”, e del fatto che l’uno si costituisce solo in rapporto all’altro.
Oggi – nell’Europa falcidiata dalla crisi – questa paura si ripropone. Ma è una paura di una qualità diversa, come di una qualità diversa è questa recessione. I numeri rendono l’idea ma non la esauriscono affatto. Nel 2011 (dati Eurostat), a fronte di un tasso di occupazione che nell’Area Euro a 17 Paesi era del 64,2%, l’Italia fa registrare un 56,9%, con il valore femminile al 46,5% contro la media UE del 58,2%. All’estremo più alto i Paesi del Nord Europa: la Germania (72,5%), la Danimarca (73,1%) la Svezia (74,1%) e l’Olanda (74,9%), a quello più basso le Nazioni mediterranee (oltre alla nostra, la Spagna: 57,7%), con Francia e Regno Unito intorno alla media (rispettivamente il 63,8% ed il 69,5%). Ma è il dato della disoccupazione che colpisce. Rispetto ad una cifra UE di riferimento del 10,2%, Danimarca (7,5%), Germania (5,6%), Olanda (4,4%) e Norvegia (3,1%) presentano i dati più contenuti, la Spagna quello più elevato (22,2%) e l’Italia una cifra vicina alla media (9,6%) ma con una diffusione del fenomeno che da noi colpisce soprattutto i giovani (15-25 anni: 29,1%, rispetto ad esempio alla Danimarca: 14,2% e alla Germania: 8,6%) e le donne (in Italia il 10,2%, in Danimarca il 7,5% ed in Germania il 5,6%).