giugno 20

Convegno: Alla ricerca del lavoro perduto. Idee sul lavoro che cambia

Introduzione

L’attuale crisi economica si sta manifestando come crisi che attraversa diversi ambiti del vivere comune e che pone interrogativi sul futuro del lavoro e del modo di intendere l’esperienza lavorativa in una società mondiale sempre più interrelata. La crisi sta manifestando i limiti di un sistema non solo economico ma di pensiero che ha segnato gli ultimi decenni.

Il processo di finanziarizzazione dell’economia e le disuguaglianze e le ingiustizie che questo sta producendo a livello mondiale aprono a una considerazione riguardo alle possibili alternative a questo modello in grado di rimettere al centro la questione del lavoro. In modo particolare la crisi pone una occasione propizia: quella di fermarsi e di interrogarsi, di riflettere e confrontarsi insieme. Si tratta di pensare alla plausibilità e alla possibilità di nuovi modelli di vita economica, di nuovi stili di vita e di cambiamenti significativi nell’ambito delle politiche del lavoro.

febbraio 25

Sulla privatizzazione dell’educazione

Jerome Roos è un valente ricercatore all’European University Institute di Fiesole. Il suo blog, ROARMAG, racconta con passione e competenza le rivolte globali, dagli Indignados a Occupy passando per la Grecia e oltre. Recentemente ha ospitato questa riflessione di Sajjad Ali Malik in cui viene proposta una sfidante contrapposizione ideale sul tema dell’educazione globale. Mi sono permesso di tradurla e ve la sottopongo. Il contributo originale è qui. (giovanni paci)

Freire o Friedman? In difesa dell’educazione critica.

di Sajjad Ali Malik

L’istruzione è un concetto con cui ci confrontiamo, in qualche modo, direttamente o indirettamente, ogni giorno. Esso è stato a lungo considerato il “proiettile d’argento” per affrontare le ingiustizie più diffuse nella società: la povertà, la criminalità, il razzismo, il patriarcato, la disuguaglianza socio-economica. La nostra interazione con l’educazione è influenzata, e varia, in base ai tentacoli dei rapporti di potere: classe, etnia, genere, geografia ed esperienze di vita.

novembre 10

Il rapporto di Bankitalia sull’economia delle regioni italiane

Bankitalia ha appena pubblicato l’aggiornamento autunnale del rapporto “L’economia delle regioni italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali, novembre 2012”. Di seguito riportiamo il comunicato e il documento.

L’aggiornamento autunnale del rapporto L’economia delle regioni italiane si compone di due parti: la prima analizza le dinamiche più recenti della congiuntura nelle quattro aree territoriali del Paese; la seconda presenta alcuni approfondimenti monografici.

Nel corso dei primi nove mesi del 2012 i livelli produttivi, in contrazione in tutta Italia, si sono riportati nel Mezzogiorno sui livelli minimi della primavera del 2009, dove ha influito la maggiore dipendenza dagli andamenti della domanda interna. Nel resto del Paese la dinamica del prodotto ha ancora continuato ad avvantaggiarsi del contributo positivo delle esportazioni. Anche le esportazioni del Centro, che erano aumentate in modo consistente per nove trimestri consecutivi, hanno ristagnato nella prima parte dell’anno. Sono calati ovunque nel 2012 il fatturato e la redditività delle imprese italiane della manifattura e dei servizi.

Nel primo semestre del 2012 il tasso di disoccupazione è cresciuto di circa 2 punti percentuali al Centro Nord e di quasi 4 nel Mezzogiorno, anche per il forte aumento dell’offerta di lavoro. L’occupazione si è leggermente contratta in tutte le macroaree a eccezione del Nord Est, dove è rimasta stabile. Le ore di Cassa integrazione guadagni sono tornate a crescere, soprattutto al Centro e nel Mezzogiorno.

I prestiti bancari alle imprese sono diminuiti in tutte le macroaree, a fronte di una sostanziale stazionarietà di quelli alle famiglie. Vi ha influito soprattutto la riduzione della domanda di credito; le condizioni di offerta delle banche in tutte le aree del Paese sono divenute meno rigide.

novembre 8

Flexicurity: Copehnagen via Berlino, andata e ritorno

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demoKrazy.

Così, la riforma del mercato del lavoro “Fornero” è finalmente legge. Da una parte il Governo, che ha voluto questo provvedimento – auspicato (forse sarebbe meglio dire “preteso”) dalla UE sin dall’Estate di un anno fa – prima del cruciale vertice europeo di queste ore in modo da poter imporre credibilmente il proprio piano di riforma delle istituzioni politiche ed economiche comunitarie, dall’altra le Parti Sociali del nostro Paese, entrambe dettesi insoddisfatte per una normativa ancora troppo rigida secondo Confindustria, ormai esageratamente flessibile e liberista per i Sindacati. In mezzo, la classe politica italiana, divisa fra i partiti più o meno antieuropeisti come Lega, Italia del Valori e Movimento “Cinque Stelle”, SEL, Rifondazione Comunista, e partiti di maggioranza “di emergenza nazionale” (PD, PDL e Terzo Polo), (apparentemente) convinti, pur fra mille distinguo, che si tratti di un articolato necessario per mettere il nostro mercato del lavoro al passo con quello degli altri e per gettare le basi di una comune strategia europea per l’occupazione e la sicurezza sociale. Sullo sfondo, infine, un’opinione pubblica prostrata dalla grave crisi economica e finanziaria di questi ultimi cinque anni, e sempre più sfiduciata sulle possibilità di una ripresa a breve termine (a Giugno 2012, ultimi dati Istat, il clima di fiducia dei consumatori italiani – un indice costruito a partire dalle risposte campionarie ad una serie di domande circa previsioni sulla futura situazione economica, occupazionale, tenore di vita personale e familiare ecc. -cala, fatto 100 il dato del 2005, dal 93.7 del Febbraio di quest’anno all’85.3 di Giugno).

novembre 8

La paura del lavoro

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demokrazy.

Forse sta nel suo stesso significato profondo, rivelato dalla sua derivazione terminologica: labor, “fatica”, ma ciò che da sempre caratterizza il lavoro è la paura. La paura di doverlo sopportare, quando alienante, la paura di poterlo perdere quando – per quanto dequalificato – ci si rende conto che non se ne può fare a meno. Anche lo stesso Marx alla fine lo riconobbe, nel momento in cui – nel Terzo Libro de “Il Capitale” – arrivò ad ammettere che quell’attività non sarebbe stata sopprimibile, e che tutt’al più la si sarebbe potuta rendere più vivibile organizzandola in forma sostanzialmente cooperativa ed ampliando il più possibile a suo discapito il “regno della libertà” o del tempo libero. A distanza di meno di un secolo, Lazarsfeld – studiando la disoccupazione in una piccola cittadina austriaca nella quale l’unica grande fabbrica aveva chiuso i battenti – spiegò il senso non solo economico ma soprattutto psicologico ed esistenziale di quel fare. Senza quegli orari che scandivano “militarmente” le loro giornate, senza quel “mondo della vita” che nasceva anche nelle pieghe dell’organizzazione impersonale, gli individui – in particolare gli uomini – finivano per perdere il significato stesso dello spazio e del tempo, e la stessa consapevolezza di se stessi. Non era solo questione di alienazione. Era questione di senso dell’“Io” e del “Noi”, e del fatto che l’uno si costituisce solo in rapporto all’altro.
Oggi – nell’Europa falcidiata dalla crisi – questa paura si ripropone. Ma è una paura di una qualità diversa, come di una qualità diversa è questa recessione. I numeri rendono l’idea ma non la esauriscono affatto. Nel 2011 (dati Eurostat), a fronte di un tasso di occupazione che nell’Area Euro a 17 Paesi era del 64,2%, l’Italia fa registrare un 56,9%, con il valore femminile al 46,5% contro la media UE del 58,2%. All’estremo più alto i Paesi del Nord Europa: la Germania (72,5%), la Danimarca (73,1%) la Svezia (74,1%) e l’Olanda (74,9%), a quello più basso le Nazioni mediterranee (oltre alla nostra, la Spagna: 57,7%), con Francia e Regno Unito intorno alla media (rispettivamente il 63,8% ed il 69,5%). Ma è il dato della disoccupazione che colpisce. Rispetto ad una cifra UE di riferimento del 10,2%, Danimarca (7,5%), Germania (5,6%), Olanda (4,4%) e Norvegia (3,1%) presentano i dati più contenuti, la Spagna quello più elevato (22,2%) e l’Italia una cifra vicina alla media (9,6%) ma con una diffusione del fenomeno che da noi colpisce soprattutto i giovani (15-25 anni: 29,1%, rispetto ad esempio alla Danimarca: 14,2% e alla Germania: 8,6%) e le donne (in Italia il 10,2%, in Danimarca il 7,5% ed in Germania il 5,6%).