novembre 24

Welfare locale: la terza via

di Giovanni Paci (Poieinlab)

Mi trovo ad affrontare, in questo periodo, il tema delle “solitudini”. È un tema dalle mille sfaccettature e sicuramente cruciale quando si pensa a cosa è possibile fare per migliorare il benessere delle persone e la qualità sociale delle realtà locali. Un tema così ampio non può certo ridursi a una riflessione sulle risposte che è possibile dare in termini di servizi come, per lavoro, sono in qualche modo costretto a fare. La solitudine delle persone ha radici nelle esperienze biografiche dei singoli, nella loro capacità di resilienza, nelle strategie di adattamento e di conformazione ai dettami sociali storicamente e culturalmente dati. La solitudine può essere ricercata come stadio avanzato di un percorso di autonomia o può essere subita come forma di marginalizzazione dai luoghi e dagli aspetti vitali dell’esistenza quotidiana.

È innegabile comunque il ruolo che la solitudine gioca sulla dimensione del benessere e della salute, nonché l’incidenza che le politiche pubbliche legate alla progettazione degli spazi pubblici, all’organizzazione delle risposte in termini di servizi sociali e sanitari, allo sviluppo di percorsi culturali e di socializzazione, possono avere in senso positivo o negativo. In questi termini, il grande tema ricorrente, e che riguarda il mondo del volontariato e del terzo settore, da sempre protagonista in tale ambito, è quello della dialettica tra istituzionalizzazione e valorizzazione dell’ambiente domestico, tra struttura e domicilio, tra ruolo delle famiglie e delle reti parentali e necessità di spazi di accoglienza specialistici, in grado di surrogare in qualche modo carenze di relazioni primari efficaci e significative.

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ottobre 15

E voi, quanta cultura producete?

di Giovanni Paci (PoieinLab)

L’altro giorno guardavo una vecchia puntata di ‘The Newsroom’. Il conduttore Will McAvoy (Jeff Daniels) intervistava un’attivista del movimento ‘Occupy Wall Street’ che, nella fiction, era ai suoi albori. Con fare tra lo snob e il paternalistico, il vecchio conduttore scafato incalzava la giovane attivista, sempre più in difficoltà, proponendo continuamente obiezioni che potevano essere condensate in due semplici considerazioni: come potevano pensare di aver successo senza un leader e senza una prospettiva politica che traducesse in legge, e quindi in consenso, e quindi in politica, le idee e le critiche discusse in miriadi di dibattiti, assemblee, cortei, manifestazioni, workshop e chi più ne ha più ne metta?

La questione, e il dilemma che essa contiene, è eterna e riguarda la sempiterna, appunto, lotta tra l’idealità e la possibilità, tra il fare cultura e il fare politica, tra la radicalità e il compromesso. Per deformazione professionale mi è venuto immediatamente da tradurre questo dilemma all’interno del mondo del terzo settore che costituisce, se vogliamo, un tentativo imperfetto di coniugare cose che tra loro sono sempre state tenute separate nella pratica, sebbene da sempre agognate nella discussione e nell’elaborazione teorica di chi non si accontentava delle realtà com’erano ma provava a immaginare come potevano essere – per rielaborare un famoso e abusato detto del buon Robert Kennedy che di questa dicotomia, quasi paradossale, è stato, ahimè, concretamente vittima.

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settembre 13

Trasformatori di energia sociale

di Giovanni Paci (PoieinLab)

Il lavoro volontario muove da esigenze personali, le più svariate: ricerca di senso, sviluppo di attitudini personali, bisogno di impegnare il proprio tempo per mitigare solitudini, esigenze di spazi personali, adesioni ideologiche e ideali. Spesso si tratta di un insieme di motivazioni insindacabili che necessitano di luoghi che potremmo definire come “moltiplicatori e trasformatori di energia sociale”. È questo il ruolo del volontariato e della società civile organizzata, più o meno formalmente. L’energia individuale, incapace da sola di produrre mutamento, viene inserita in un circuito energetico capace di renderla efficace, raccogliendo motivazione in entrata e restituendo benessere in uscita. Non solo a chi investe nel processo ma con un surplus a disposizione, gratuitamente, della società. La motivazione pura viene, all’interno del processo di trasformazione, unita con altre (di altri e diverse) motivazioni, aggiungendo una serie di additivi dati dall’organizzazione, dallo sviluppo di competenze, dalla finalizzazione rispetto agli obiettivi da perseguire. Il carburante, così, fa viaggiare la macchina in una qualche direzione di benessere collettivo. Questo processo bio-sociale, naturalmente, migliora al migliorare della qualità delle singole componenti impegnate in esso.

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gennaio 4

La deludente alternativa pubblico-privato… secondo Albert Hirschman

di Giovanni Paci

pubblicato su UIDU – il network socialmente utile

In un famoso saggio, che chi ha a cuore le sorti del terzo settore dovrebbe tenere sempre in evidenza sul comodino, come le bibbie negli alberghi, Hirschman riflette sulla dimensione storica e individuale del complesso rapporto tra sfera pubblica e privata.[1] Mostrando con arguzia – e solidi riferimenti – quali siano le motivazioni che spingono le persone a impegnarsi alternativamente nelle due sfere, egli svela gli inevitabili meccanismi di delusione che portano all’insoddisfazione e alla degenerazione dell’impegno individuale. «Dopo una lunga immersione negli interessi puramente privati, la scoperta che si può agire per obiettivi pubblici rappresenta un’esperienza liberatoria» (160). La tendenza però ad attribuire a questa esperienza obiettivi irrealistici e la scoperta che, spesso, il nostro intento altruistico è “contaminato” dal bisogno di soddisfare interessi egoistici, porta al riemergere di un’insoddisfazione che è la premessa per l’abbandono della prospettiva pubblica e il ritorno alla dimensione privata dell’esistenza. «Vissute alcune esperienze di insoddisfazione nella vita pubblica, una persona riesce spesso a ritirarsi nella sola vita privata senza sentirsi per questo un traditore» (163).