novembre 24

Welfare locale: la terza via

di Giovanni Paci (Poieinlab)

Mi trovo ad affrontare, in questo periodo, il tema delle “solitudini”. È un tema dalle mille sfaccettature e sicuramente cruciale quando si pensa a cosa è possibile fare per migliorare il benessere delle persone e la qualità sociale delle realtà locali. Un tema così ampio non può certo ridursi a una riflessione sulle risposte che è possibile dare in termini di servizi come, per lavoro, sono in qualche modo costretto a fare. La solitudine delle persone ha radici nelle esperienze biografiche dei singoli, nella loro capacità di resilienza, nelle strategie di adattamento e di conformazione ai dettami sociali storicamente e culturalmente dati. La solitudine può essere ricercata come stadio avanzato di un percorso di autonomia o può essere subita come forma di marginalizzazione dai luoghi e dagli aspetti vitali dell’esistenza quotidiana.

È innegabile comunque il ruolo che la solitudine gioca sulla dimensione del benessere e della salute, nonché l’incidenza che le politiche pubbliche legate alla progettazione degli spazi pubblici, all’organizzazione delle risposte in termini di servizi sociali e sanitari, allo sviluppo di percorsi culturali e di socializzazione, possono avere in senso positivo o negativo. In questi termini, il grande tema ricorrente, e che riguarda il mondo del volontariato e del terzo settore, da sempre protagonista in tale ambito, è quello della dialettica tra istituzionalizzazione e valorizzazione dell’ambiente domestico, tra struttura e domicilio, tra ruolo delle famiglie e delle reti parentali e necessità di spazi di accoglienza specialistici, in grado di surrogare in qualche modo carenze di relazioni primari efficaci e significative.

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giugno 20

Convegno: Alla ricerca del lavoro perduto. Idee sul lavoro che cambia

Introduzione

L’attuale crisi economica si sta manifestando come crisi che attraversa diversi ambiti del vivere comune e che pone interrogativi sul futuro del lavoro e del modo di intendere l’esperienza lavorativa in una società mondiale sempre più interrelata. La crisi sta manifestando i limiti di un sistema non solo economico ma di pensiero che ha segnato gli ultimi decenni.

Il processo di finanziarizzazione dell’economia e le disuguaglianze e le ingiustizie che questo sta producendo a livello mondiale aprono a una considerazione riguardo alle possibili alternative a questo modello in grado di rimettere al centro la questione del lavoro. In modo particolare la crisi pone una occasione propizia: quella di fermarsi e di interrogarsi, di riflettere e confrontarsi insieme. Si tratta di pensare alla plausibilità e alla possibilità di nuovi modelli di vita economica, di nuovi stili di vita e di cambiamenti significativi nell’ambito delle politiche del lavoro.

febbraio 10

Post-democrazia

In una breve intervista apparsa su uno dei blog della London School of Economics, il Prof. Colin Crouch, della Warwick University, spiega come siamo ormai in una post-democrazia ovvero in una democrazia che conserva le sue caratteristiche formali ma che è in realtà una vera e propria tecnocrazia. Per il professore, la crisi, invece di mettere in discussione il ruolo delle elites tecnocratiche, lo rafforza.

Da leggere: http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2013/02/09/five-minutes-with-colin-crouch-a-post-democratic-society/

novembre 8

Flexicurity: Copehnagen via Berlino, andata e ritorno

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demoKrazy.

Così, la riforma del mercato del lavoro “Fornero” è finalmente legge. Da una parte il Governo, che ha voluto questo provvedimento – auspicato (forse sarebbe meglio dire “preteso”) dalla UE sin dall’Estate di un anno fa – prima del cruciale vertice europeo di queste ore in modo da poter imporre credibilmente il proprio piano di riforma delle istituzioni politiche ed economiche comunitarie, dall’altra le Parti Sociali del nostro Paese, entrambe dettesi insoddisfatte per una normativa ancora troppo rigida secondo Confindustria, ormai esageratamente flessibile e liberista per i Sindacati. In mezzo, la classe politica italiana, divisa fra i partiti più o meno antieuropeisti come Lega, Italia del Valori e Movimento “Cinque Stelle”, SEL, Rifondazione Comunista, e partiti di maggioranza “di emergenza nazionale” (PD, PDL e Terzo Polo), (apparentemente) convinti, pur fra mille distinguo, che si tratti di un articolato necessario per mettere il nostro mercato del lavoro al passo con quello degli altri e per gettare le basi di una comune strategia europea per l’occupazione e la sicurezza sociale. Sullo sfondo, infine, un’opinione pubblica prostrata dalla grave crisi economica e finanziaria di questi ultimi cinque anni, e sempre più sfiduciata sulle possibilità di una ripresa a breve termine (a Giugno 2012, ultimi dati Istat, il clima di fiducia dei consumatori italiani – un indice costruito a partire dalle risposte campionarie ad una serie di domande circa previsioni sulla futura situazione economica, occupazionale, tenore di vita personale e familiare ecc. -cala, fatto 100 il dato del 2005, dal 93.7 del Febbraio di quest’anno all’85.3 di Giugno).

novembre 8

La paura del lavoro

di Filippo Buccarelli

Post pubblicato anche su demokrazy.

Forse sta nel suo stesso significato profondo, rivelato dalla sua derivazione terminologica: labor, “fatica”, ma ciò che da sempre caratterizza il lavoro è la paura. La paura di doverlo sopportare, quando alienante, la paura di poterlo perdere quando – per quanto dequalificato – ci si rende conto che non se ne può fare a meno. Anche lo stesso Marx alla fine lo riconobbe, nel momento in cui – nel Terzo Libro de “Il Capitale” – arrivò ad ammettere che quell’attività non sarebbe stata sopprimibile, e che tutt’al più la si sarebbe potuta rendere più vivibile organizzandola in forma sostanzialmente cooperativa ed ampliando il più possibile a suo discapito il “regno della libertà” o del tempo libero. A distanza di meno di un secolo, Lazarsfeld – studiando la disoccupazione in una piccola cittadina austriaca nella quale l’unica grande fabbrica aveva chiuso i battenti – spiegò il senso non solo economico ma soprattutto psicologico ed esistenziale di quel fare. Senza quegli orari che scandivano “militarmente” le loro giornate, senza quel “mondo della vita” che nasceva anche nelle pieghe dell’organizzazione impersonale, gli individui – in particolare gli uomini – finivano per perdere il significato stesso dello spazio e del tempo, e la stessa consapevolezza di se stessi. Non era solo questione di alienazione. Era questione di senso dell’“Io” e del “Noi”, e del fatto che l’uno si costituisce solo in rapporto all’altro.
Oggi – nell’Europa falcidiata dalla crisi – questa paura si ripropone. Ma è una paura di una qualità diversa, come di una qualità diversa è questa recessione. I numeri rendono l’idea ma non la esauriscono affatto. Nel 2011 (dati Eurostat), a fronte di un tasso di occupazione che nell’Area Euro a 17 Paesi era del 64,2%, l’Italia fa registrare un 56,9%, con il valore femminile al 46,5% contro la media UE del 58,2%. All’estremo più alto i Paesi del Nord Europa: la Germania (72,5%), la Danimarca (73,1%) la Svezia (74,1%) e l’Olanda (74,9%), a quello più basso le Nazioni mediterranee (oltre alla nostra, la Spagna: 57,7%), con Francia e Regno Unito intorno alla media (rispettivamente il 63,8% ed il 69,5%). Ma è il dato della disoccupazione che colpisce. Rispetto ad una cifra UE di riferimento del 10,2%, Danimarca (7,5%), Germania (5,6%), Olanda (4,4%) e Norvegia (3,1%) presentano i dati più contenuti, la Spagna quello più elevato (22,2%) e l’Italia una cifra vicina alla media (9,6%) ma con una diffusione del fenomeno che da noi colpisce soprattutto i giovani (15-25 anni: 29,1%, rispetto ad esempio alla Danimarca: 14,2% e alla Germania: 8,6%) e le donne (in Italia il 10,2%, in Danimarca il 7,5% ed in Germania il 5,6%).